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Massimo Biasioni: un ritratto

05/12/2004 by Marco Russo

La musica di Massimo Biasioni, oltrepassando l’esile barriera dell’approfondimento analitico piuttosto che fermarsi al semplice esame del catalogo delle opere, appare caratterizzata da una forte unità poetica e di intenti. Sebbene riversa in svariati rivoli dell’espressione musicale — dalla musica strumentale all’elettronica, dall’esperienza scenica ad una ideale contaminazione extra-colta — la produzione di Biasioni non si mostra infatti assolutamente condizionata dalla diversità di funzione cui è dedicata, e che potrebbe ad un primo sguardo addirittura intralciarne una reale comprensione nella moltitudine di pratiche vissute, bensì si compatta in alcune idee "forti" che ne procurano una evidente coerenza ideologica e compositiva.
Innanzitutto si segnala una forte economia dei materiali, indirizzata principalmente verso una essenzialità costruttiva che elide l’eccessiva ridondanza sonora dei nostri tempi, quella sfacciata sovraesposizione tesa ad occultare lo smarrimento dei punti di riferimento etici ed esistenziali. In secondo luogo, ed in maniera assai intrecciata con quanto già osservato, si evidenzia la grande sensibilità timbrica, quel processo di grande attenzione alle proprietà e qualità del materiale utilizzato che è negli ultimi anni sconfinata in una frequentazione sempre più assidua delle tematiche più squisitamente fisiche del suono e quindi in una sempre più intensa pratica delle nuove tecnologie informatiche.
Brani come "Orkizo-se-katadeson" per flauto e percussioni (1997), il recente "Con feroce dolcezza", per quartetto con pianoforte e nastro magnetico (1999) oppure "Pallide risonanze avvolte" per corno di bassetto e live electronics (1998), segnalano questi tratti caratteristici della tecnica di Biasioni, evidenziando nel contempo una struttura sempre tesa ad un totale coinvolgimento dell’interprete: ad una attenzione per i fattori percettivi che procura una apertura formale di grande libertà espressiva che non risulta mai rigidamente racchiusa in schemi inamovibili, ma che aspira al contrario, con l’apporto e la sensibilità dell’esecutore, ad una effettiva compartecipazione alla definizione dell’opera stessa. Il prodotto musicale infatti, lontano da qualsiasi esperienza di mera scrittura, di traslitterazione concettuale fine a se stessa, è piuttosto concepito nel suo senso più immediato, e cioè nel solo atto, spesso virtuosistico, dell’esecuzione, e quindi dell’ascolto. L’interesse per la più genuina pratica musicale, considerata come l’essenza più vitale ed urgente nell’organizzazione del linguaggio non-verbale dei suoni, induce quindi Biasioni verso un approccio materico assai profondo, poco incline all’affermazione pregiudiziale della necessità di una distanza fra autore e pubblico, ma piuttosto di un loro progressivo avvicinamento che, pur nella sua raffinata espressione, non mira ad erigere alcuna barriera o esclusione aprioristica.
Non sorprendono dunque le numerose esperienze teatrali, i tentativi di accorta e giustificata contaminazione con le più spontanee espressioni extra-colte, anch’esse considerate esperienze vere e propositive, e che Biasioni non intende in alcun modo rigettare. Da questa prospettiva sono nati alcuni contatti con il teatro ("Musica per Binomio", del 1992; "Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?", del 1994) ed il cinema ("Morte in regresso", musica elettronica su un video di L. Brusci, del 1995), a dimostrazione di una attività indirizzata, nella sua schietta coerenza, verso la più aperta sperimentazione espressiva che aspira, nel più intimo dei suoi intenti, ad infrangere la tradizionale concezione della divisione fra stili e tecniche.

Marco Russo (primavera 2000)

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